1895: La fine dei libri. Octave Uzanne e il futuro del libro cartaceo

1895: La fine dei libri

In un’epoca in cui il libro stampato sembrava il pilastro più solido della civiltà occidentale, qualcuno osò dire l’indicibile: «I libri scompariranno». Non un incendiario della modernità, né un profeta della distruzione culturale, ma uno dei più raffinati bibliofili del suo tempo Octave Uzanne.
Mentre Parigi celebrava l’eleganza della carta, dell’inchiostro e delle legature pregiate, Uzanne immaginava un futuro in cui la letteratura avrebbe abbandonato le pagine per trasformarsi in voce, suono, ascolto. Una visione radicale e spiazzante, che oggi definiremmo dirompente, degna di una start-up della Silicon Valley, ma formulata alla fine dell’Ottocento, tra biblioteche, fonografi e volumi stampati in tiratura limitata.
È da questa profezia paradossale — la fine dei libri annunciata da chi li amava più di chiunque altro — che prende avvio «La Fin des Livres», uno dei racconti più sorprendenti e moderni dell’intera storia della bibliofilia.

Questo articolo fa parte della sezione Tra carte e pagine, dedicata alla lettura critica di libri, documenti e materiali d’epoca.

Un libro che guarda avanti

A rendere possibile questa metamorfosi è un oggetto nuovo, ancora ingombrante e fragile, ma carico di promesse: il fonografo. L’invenzione che Thomas Edison ha appena brevettato smette di essere una curiosità da laboratorio e diventa, agli occhi di Uzanne, il cuore di una rivoluzione silenziosa.

Nel mondo immaginato da La Fin des Livres, il fonografo non serve più soltanto a registrare voci o suoni: diventa una biblioteca parlante. I testi non si leggono, si ascoltano. La letteratura si libera dalla pagina e prende forma nella voce, nel ritmo, nella durata dell’ascolto.

Uzanne si spinge oltre. Anticipa l’obiezione più ovvia — l’immobilità dell’ascoltatore — e la supera con una naturalezza che oggi colpisce per modernità: il fonografo, dice, diventerà portatile. Le storie accompagneranno il lettore-ascoltatore nei suoi spostamenti, nelle pause, nella vita quotidiana.

È difficile non riconoscere, in questa visione ottocentesca, due emanazioni dirette del nostro presente: l’audiolibro, che restituisce alla parola scritta la dimensione orale, e il walkman, simbolo di un ascolto individuale, mobile, intimo. Oggetti lontanissimi nel tempo dal cilindro di cera di Edison, eppure figli della stessa intuizione: la cultura non ha bisogno della pagina per esistere, ma di un mezzo capace di trasportarla.

In La Fin des Livres, il fonografo non è soltanto una macchina. È il segnale che qualcosa sta cambiando. Il libro non viene negato, ma superato da una nuova forma di esperienza, destinata — secondo Uzanne — a diventare dominante nel secolo a venire.

La fine del libro o la fine di un supporto?

Il racconto, pubblicato nel 1895 all’interno di Les Contes pour les Bibliophiles, non descrive un’apocalisse culturale, ma una trasformazione silenziosa. Il libro di carta non viene distrutto: viene superato. Al suo posto compare una nuova esperienza della lettura, affidata alla voce e alla tecnologia, in un mondo che comincia ad ascoltare le storie invece di sfogliarle.

Il paradosso della profezia

Il paradosso è tutto qui. La Fin des Livres appare all’interno di uno dei libri più sontuosi e materiali della sua epoca: Les Contes pour les Bibliophiles. Non è un volume qualsiasi. È un oggetto pensato per essere toccato, osservato, letto. Pubblicato a Parigi per i tipi dell’Ancienne Maison Quantin nel 1895 (al colophon: 27 novembre 1894), reca il frontespizio in rosso e nero con una bella vignetta a colori stampata à la poupée. Riccamente illustrato con 18 tavole fuori testo, protette da velina, di cui 2 acqueforti originali di Albert Robida (L’Almanach des Muses 1789 e Le bibliothécaire hypnotiseur) e 4 tavole colorate a mano. L’opera fu stampata in 1030 copie, di cui 30 sur papier Japon de luxe (numerati da I a XXX) e 1000 sur papier vélin. Il nostro esemplare è contrassegnato con il n. 605 e conserva le belle copertine editoriali art déco illustrate da George Auriol.  Fu inoltre stampata una tavola “libera” Les Fricatrices, una scena saffica di Fragonard, in 300 esemplari, venduti a parte (per la nature du sujet), come indicato a pagina 184, assolutamente rara e quindi difficilmente reperibile in volume.

Eppure è proprio tra queste pagine preziose che Uzanne colloca il suo racconto più radicale. Come se la previsione della scomparsa del libro avesse bisogno, per essere credibile, della sua massima celebrazione. Un gesto consapevole, quasi ironico: annunciare la fine della carta attraverso uno degli oggetti editoriali più raffinati mai realizzati.

Uzanne non scrive contro il libro. Scrive dal suo interno. Conosce troppo bene la storia delle forme culturali per pensare che possano restare immutate. Sa che ogni epoca produce i propri strumenti di trasmissione del sapere e la letteratura, per sopravvivere, deve accettare di migrare.

Nel racconto non c’è nostalgia, né condanna. C’è piuttosto una lucida accettazione del cambiamento. Il libro cartaceo, suggerisce Uzanne, non è il destino ultimo della letteratura, ma una sua fase. Prima di lui ci sono stati il manoscritto, l’oralità, la memoria. Dopo di lui, altre forme sono destinate a emergere.

Un libro che annuncia la fine dei libri