Vittorio Imbriani, editore di se stesso.

Vittorio Imbriani, editore di se stesso

I diari, le lettere, il raro volume di Giuseppe Del Giudice del 1894 e le plaquette stampate in pochi esemplari, disegnate da Imbriani in ogni dettaglio, dal capolettera al finalino: ritratto di uno scrittore che fece del libro un’arte personale.

Questo articolo fa parte della sezione Tra carte e pagine, dove libri, documenti e materiali d’epoca vengono letti da vicino.

La laurea non fa il medico, né la cattedra il filosofo.
Vittorio Imbriani

Chi era Vittorio Imbriani

Chi ha la fortuna di sfogliare una plaquette di Vittorio Imbriani se ne accorge in un istante, la carta è fatta a mano, i margini sono larghi, il capolettera è inciso, il colophon dichiara il numero di esemplari, trenta, cinquanta, novanta, cento, centocinquanta, duecento. Quell’opuscolo lo ha composto uno degli uomini più liberi e più scomodi della Napoli del secondo Ottocento.

Vittorio Imbriani, ritratto incisoVittorio Imbriani (Napoli 1840-1886), figlio di Paolo Emilio e di Carlotta Poerio, passò la prima giovinezza in esilio con la famiglia, condannata per le sue convinzioni liberali. Scrittore, storico e patriota, saggista e poeta, insegnò letteratura italiana e tedesca all’Università di Napoli. L’esperienza, le frequentazioni e gli studi all’estero, da Zurigo con Francesco De Sanctis a Berlino con gli hegeliani, gli conferirono uno spiccato spirito critico e un pensiero politico-civile di respiro europeo. Per riconoscimento critico unanime fu, con Niccolò Tommaseo, tra i massimi conoscitori della lingua italiana del XIX secolo.

Scrisse centinaia di opere fra libri e opuscoli: articoli politici e letterari, saggi filosofici e di critica letteraria e d’arte, studi filologici, romanzi, racconti, poesie, indagini di dialettologia e folklore. Fu tra i primi raccoglitori di fiabe e canti popolari e per questo territorio coniò il termine «demopsicologia».

La vicenda di Imbriani demopsicologo  è raccontata nel nostro video

Giornalista e polemista vivace e instancabile nella politica e nelle lettere (Fame usurpate, 1877), collaborò all’«Italia» di De Sanctis, alla «Patria», di cui fu direttore, alla «Nuova Patria». Nel 1872 si trasferì a Pomigliano d’Arco, dove fu eletto sindaco per pochi mesi. Nel 1878 sposò Gigia Rosnati, gentildonna milanese; i due figli nati dall’unione, Paolo Emilio II e Carlotta II, morirono entrambi bambini. Solo nel 1884 gli fu concessa la cattedra di estetica all’Università di Napoli, quando ormai il suo stato di salute era divenuto precario. Morì il 1° gennaio 1886 a Pomigliano d’Arco.

La sua opera narrativa, rivalutata negli ultimi decenni, si distingue nel panorama letterario del tempo per un’estrosa inventiva linguistica, aperta ad arcaismi e contaminazioni dialettali, che corrisponde a un atteggiamento programmaticamente anticonformista. La conoscenza di questo autore si è conservata grazie a Benedetto Croce, Gino Doria, Nunzio Coppola, Alda ed Elena Croce.

Appunti per un’autobiografia

Giuseppe Del Giudice, Vittorio Imbriani ed alcune sue lettere inedite, Napoli, D'Auria, 1894, CopertinaLa voce più diretta di Imbriani è quella delle sue carte private. Già nel 1894, a otto anni dalla morte, Giuseppe Del Giudice raccoglieva alcune sue lettere inedite in un volume oggi assai raro; nel 1963 Nunzio Coppola pubblicava i diari e le lettere familiari nell’opera in tre volumi Vittorio Imbriani intimo (Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano). Da queste pagine viene fuori un autoritratto senza maschere.

Giuseppe Del Giudice Vittorio Imbriani ed alcune sue lettere inedite. Commemorazione del 1894. pagina XLSul valore della tradizione e dello studio:

«L’uomo per sé non vale nulla, senza il capitale di cognizioni e tradizioni accumulato dalle generazioni precedenti: la sua vita interna ed intellettuale è misera, se non ha conoscenza e coscienza del passato. È quanto maggiore è questa conoscenza e coscienza, tanto maggiore è anche il valore morale di un individuo e di un popolo.»

Sulla lettura come vizio irrinunciabile:

«Piuttosto rimango una giornata senza pappare che una giornata senza leggere; questa cattiva abitudine ancorché mi sciupi gli occhi e la mente, io non so smetterla come accade per l’oppio a chi suol farne abuso.»

E sul proprio posto fra i letterati d’Italia, nel diario alla data del 16 agosto 1867:

«Mi sento di natura così essenzialmente diverso da quanti letterati pullulano in Italia, sento di aver così poco di comune con essi, che qualunque malevoglienza loro non mi tocca […]. Tutti, chi più chi meno, fanno delle lettere un mestiere, una professione, o, se non altro, un mezzo per raggiungere fini e vantaggi personali. Io, francamente, no. […] Nelle lettere ed in politica, personalmente non ho cercato nulla, fuorchè la soddisfazione di un’attività onesta, disinteressata, utile all’universale. […] Amo alcune idee più di tutto e soprattutto. Neppure la paura di rompermi le gambe può trattenermi dal dire ciò che stimo vero o dal fare quel che ritengo bene. […] A me non piace ned incensare, ned essere incensato.»

Giuseppe Del Giudice Vittorio Imbriani ed alcune sue lettere inedite. Commemorazione del 1894. Lettera di Vittorio Imbriani da Firenze del 1869

Lettore onnivoro, bibliofilo accanito, frugatore di botteghe e librerie alla ricerca di tomi rari ed edizioni pregiate: il ritratto che restituiscono i diari è quello di un uomo per il quale il libro era insieme strumento di studio e oggetto d’amore.

Le plaquette in pochi esemplari

Capilettera incisi e tiratura di novanta esemplari nella plaquette di Vittorio Imbriani Tinchina dell'alto mare del 1882Da questa passione nasce l’aspetto più singolare della sua produzione: Imbriani fa il libro con le proprie mani. Accanto alle opere maggiori affidò una parte cospicua di sé a plaquette e opuscoli tirati in pochi esemplari, quasi sempre dichiarati al colophon: cento copie, novanta, talvolta una manciata, su carta a mano filigranata delle cartiere Miliani, a margini larghissimi.

Dedica nuziale nella Tinchina dell'alto mare, plaquette di Vittorio Imbriani del 1882Sono edizioni d’occasione — per nozze, per anniversari, per gli amici — e in ognuna decide tutto lui, foglio per foglio: il carattere e il corpo, la giustezza della riga, il respiro del bianco intorno al testo. La sua firma però sta negli ornamenti. Il capolettera d’apertura, grande e inciso, occupa tre o quattro righe e trattiene lo sguardo prima che cominci la lettura. Il fregio in testa al frontespizio è misurato, mai messo lì per il gusto di decorare. Il finalino di chiusura — una vignetta, un ferro tipografico — sigilla l’ultima pagina come una firma in calce. Sono elementi della tradizione cinquecentesca e settecentesca, ripresi da chi li conosceva uno per uno e li montava con una libertà di impaginazione che anticipa il gusto grafico del Novecento. Il risultato è una pagina che si riconosce a occhio, prima di leggerne una riga.

Questi opuscoli introvabili sono oggi la parte più ricercata del suo corpus, e la più eloquente, per Imbriani la forma del libro era già un giudizio critico.

Esemplare in questo senso è la serie di sette pubblicazioni che Imbriani stampò dal 1881 al 1886 in memoria del figlio Paolo Emilio II, morto bambino: dal Documento carrarese (1881) al Rebindemini di Aloise Cinzio delli Fabrizi (1886), passando per i XCIX Pensieri di Alessandro Poerio (1882), la Rappresentazione ossia festa di Abraam e Isaac (1883), Voluttà, Virtù, Fama (1883), gli Epicedii del Kant (1884) e L’Agamennone di Francesco-Mario Pagano (1885). Ogni plaquette un testo raro riportato alla luce, ogni plaquette una prova di eleganza tipografica.

Pagina dell'Agamennone di Francesco Mario Pagano nella ristampa curata da Vittorio Imbriani, 1885

«È successo peggio ad altri migliori di me»

Vittorio Imbriani in un ritratto di profiloNon amava Mazzini né Carducci, era avversario di Zanella, Aleardi, Gnoli, Rapisardi, D’Ancona e del giovane D’Annunzio. L’amore degli scrittori passati gli impedì in parte l’amore della letteratura contemporanea. Esercitava lo spirito di contraddizione esplicitamente, come una disciplina di libertà e come riscatto da tutto quello che nella natura umana è servile.

Il suo gagliardo temperamento, il suo ingegno dovizioso, colorito e flagrante, fu misconosciuto: fu reputato solo collerico, squilibrato, noioso e senza vero costrutto. Venne relegato ai margini, nel girone infernale riservato agli anomali, ai non allineati. L’Accademia a lungo gli negò quella cattedra di estetica che solo poco prima di morire gli concesse.

Lavorando fino all’ultimo giorno della sua vita, senza lamentarsi dei suoi mali, congedava tutto con una serenità schiva da ogni retorica: «È successo peggio ad altri migliori di me.»

Le sue carte e le sue pagine, quelle che passano ancora oggi per i nostri scaffali, raccontano la stessa voce. Basta aprirle.

Testo e cura editoriale
Edgar Colonnese

Riferimenti bibliografici

G. Del Giudice, Vittorio Imbriani ed alcune sue lettere inedite, Napoli 1894.

G. Doria, Bibliografia di Vittorio Imbriani, in V. Imbriani, Critica d’arte e prose narrative, Laterza, Bari 1937.

Carteggi di Vittorio Imbriani. Vittorio Imbriani intimo. Lettere familiari e diari inediti, a cura di N. Coppola, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma 1963.

B. Iezzi, Giunte e mende alla bibliografia imbrianesca di Gino Doria, Napoli 1986.

S. Lanuzza, Vittorio Imbriani, uno «spadaccino» della parola, Napoli 1990.

Materiali, documenti e testimonianze utili per approfondire quanto trattato

Materiali di contesto